esse-puntata
esse-puntata:

La gente si ostina a non capire, a non comprendere cosa l’anoressia sia, cosa significa soffrirne. Non è una moda futile di ragazzine in cerca di attenzione. Non è un modo come un altro di dimagrire in maniera drastica e tempo zero. Non è affascinante, romantica, invidiabile. È una fottuta malattia. È una malattia mentale ancora prima che alimentare. Così come l’obesità. Non si guarisce da un giorno all’altro, non basta dire “adesso la smetto e riprendo a mangiare”. Non serve a nulla imporsi, arrabbiarsi, pretendere.
L’anoressia ti lascia tremante di freddo e di paura. Ti porta ad isolarti perché il resto del mondo sembra non appartenerti, né capirti. Ti porta a contemplare la spazzola piena di tuoi capelli sfibrati, a fare un paio di scale con il fiatone. Ti rende sterile, giallognola, con le ossa fragili. Ti porta ad abbuffarti senza controllo, nel cuore della notte, ad aprire frigo e credenze alla ricerca di qualcosa che possa colmare il tuo vuoto. E mentre scarti merendine, scongeli pizzette, anneghi il cucchiaio nel gelato, pensi solamente che ormai stai mangiando, che ormai ci sei cascata di nuovo e che quindi tanto vale farlo fino a che c’è spazio, fino a che lo stomaco non tira e il senno ritorna. Ma poi guardi quelle scatole vuote, senti la nausea salire, la pancia tirare, e non puoi fare altro che ritenerti una debole, senza forza di volontà, senza quel tuo fervido autocontrollo che solo qualche mese prima era stato impeccabile. Ed eccola, l’anoressia, mentre ti afferra per il collo, ti sbatte al muro e si avvicina al tuo orecchio per sussurrarti quanto tu faccia schifo, quanto tu sia grassa. Vatti a punire, ti dice, castigati. Sei solo un’insicura ragazzina incapace di stare senza cibo. Ora vomitalo, tutto quel cibo, tiralo fuori fino all’ultima goccia. Corroditi l’esofago, il palato, i denti. E tu lo fai. Sei lì, che piangi sul cesso con i capelli legati, che tossisci, che ti odi. Che vai a dormire perché non ce la fai più. Che immergi la testa nel cuscino pensando a quanto non mangiare l’indomani.
Questa è anoressia.
Sicuri di volerla?

…

esse-puntata:

La gente si ostina a non capire, a non comprendere cosa l’anoressia sia, cosa significa soffrirne. Non è una moda futile di ragazzine in cerca di attenzione. Non è un modo come un altro di dimagrire in maniera drastica e tempo zero. Non è affascinante, romantica, invidiabile. È una fottuta malattia. È una malattia mentale ancora prima che alimentare. Così come l’obesità. Non si guarisce da un giorno all’altro, non basta dire “adesso la smetto e riprendo a mangiare”. Non serve a nulla imporsi, arrabbiarsi, pretendere.

L’anoressia ti lascia tremante di freddo e di paura. Ti porta ad isolarti perché il resto del mondo sembra non appartenerti, né capirti. Ti porta a contemplare la spazzola piena di tuoi capelli sfibrati, a fare un paio di scale con il fiatone. Ti rende sterile, giallognola, con le ossa fragili. Ti porta ad abbuffarti senza controllo, nel cuore della notte, ad aprire frigo e credenze alla ricerca di qualcosa che possa colmare il tuo vuoto. E mentre scarti merendine, scongeli pizzette, anneghi il cucchiaio nel gelato, pensi solamente che ormai stai mangiando, che ormai ci sei cascata di nuovo e che quindi tanto vale farlo fino a che c’è spazio, fino a che lo stomaco non tira e il senno ritorna. Ma poi guardi quelle scatole vuote, senti la nausea salire, la pancia tirare, e non puoi fare altro che ritenerti una debole, senza forza di volontà, senza quel tuo fervido autocontrollo che solo qualche mese prima era stato impeccabile. Ed eccola, l’anoressia, mentre ti afferra per il collo, ti sbatte al muro e si avvicina al tuo orecchio per sussurrarti quanto tu faccia schifo, quanto tu sia grassa. Vatti a punire, ti dice, castigati. Sei solo un’insicura ragazzina incapace di stare senza cibo. Ora vomitalo, tutto quel cibo, tiralo fuori fino all’ultima goccia. Corroditi l’esofago, il palato, i denti. E tu lo fai. Sei lì, che piangi sul cesso con i capelli legati, che tossisci, che ti odi. Che vai a dormire perché non ce la fai più. Che immergi la testa nel cuscino pensando a quanto non mangiare l’indomani.

Questa è anoressia.

Sicuri di volerla?

sognatricesenzali

E oggi è stato l’ultimo giorno.
Basta mare, basta gelati enormi che ti fanno venire il mal di pancia, basta passeggiate, basta tramonti da guardare e per cui stupirsi, basta corse sulla spiaggia e risa, basta vacanze, basta andare a letto tardi, basta non dormire proprio, basta ascoltare quella canzone fino alle cinque di mattina, con le lacrime agli occhi e il sorriso stanco.
L’ultimo giorno, ci pensate?
L’estate è andata via, di nuovo e neppure me ne sono resa conto.
È semplicemente passata, volata via, senza salutare.
E ora sono a casa, nel mio letto, dove non voglio stare.
Perché sono una di quelle strane persone che hanno bisogno del mare, per stare davvero bene.
Mi basta vederlo, quando arrivo in auto o in treno da Milano, scorgerlo là che mi aspetta, dietro a quella montagna e quel ponte, vicino alla bella Genova.
Mi basta vederlo un istante, che il cuore mi si riempie di felicità e non posso evitare di sorridere, perché lui è sempre lì, che mi aspetta, è il mio rifugio, il mio luogo dove scappare quando sento che sto male, che le cose non vanno bene.
Il mare.
Quanta gente lo dirà, ma è la mia salvezza.
Ed è strano, ma è come se a volte fosse l’unico in grado di capirmi.
E parla, oh.
Oh se parla.
Quando le onde si infrangono sui sassi, prima a destra e poi dall’altro lato, da un lato all’altro e così via.
Il mare non è mai muto. Non è mai silenzio.
Il mare è solitudine, ma allo stesso tempo non lo è.
Il mare è essere soli ma non esserlo mai del tutto, mille sfumature di colori che marchiano l’anima.
Quanto mi manca, di già.
E quanto mi mancherà vederlo, e sentirlo, in quel suo moto incessante che è sempre vita e non muore mai.
Sentirlo.
Quanto mi mancherà, nei miei pomeriggi grigi, rinchiusa in una stanza a studiare il Medioevo e La filosofia di Socrate e Platone.

Il mare.

Amico mio, mi piace chiamarlo così.
Mi porto una mano al cuore e lo sento.
Una mano alle labbra ed eccone il sapore.
È ancora lì, incastrato tra le dita.
Il sale, il mare.

distruggimilelabbra
Giuro che dimagrirò, che avrò la pancia piatta, le gambe come due stuzzicadenti, le braccia ossute e i fianchi senza un filo di grasso.
E non mi importa dei sacrifici e degli sforzi che dovrò fare, del dolore che proverò e delle tentazioni a mollare tutto e ritornare come prima.
Io ce la farò, dimagriró e sarò la persona più felice del mondo.
E vaffanculo a tutti quelli che mi hanno sempre derisa per il mio corpo, vi farò pentire delle vostre parole.
hopauradiesseredimenticata
Qualcuno diceva “Com’è bella quella ragazza”
E tu stavi lì, in un angolino, lo sguardo verso il basso, l’espressione triste. Non era invidia. Erano complessi d’inferiorità. Nella tua mente la frase si era trasformata: Lei è bella, tu no. Ogni complimento fatto a un’altra ragazza diventava una piccola sofferenza. Allora ti guardavo e ti dicevo “sei bellissima”. Tu non mi guardavi e facevi un sorriso triste. “Lo dici solo per consolarmi”. Non ci credevi mai, e io mi arrabbiavo. Pensavo non ti bastasse essere bella per me. Mi sbagliavo, perchè quando ho smesso di dirtelo, tu hai smesso di mangiare. Ti prendevo in giro, dicevo “sei la ragazza col polso più piccolo del mondo”. Poi un giorno mi sono accorto che quel polso era davvero troppo sottile. Mi sono accorto che se ti passavo la mano tra i capelli me ne restava sempre qualcuno tra le dita. Mi sono accorto che la tua pelle sembrava trasparente e si vedevano tutte le vene. Mi sono accorto che anche il più piccolo urto ti procurava un livido. Mi sono accorto del 43 sulla bilancia e volevo sprofondare. Ho visto come gli altri ti sforzavano di mangiare, ti aggredivano quasi, il tuo sguardo perso, sembrava che non mangiavi apposta per fargli un dispetto. 
“Ti cadono i Jeans. Forse hai preso una taglia troppo grande..”
“Sono una 38. Mi fa male la schiena. Faccio fatica a fare qualsiasi cosa.”
Ti contavo le costole senza problemi, le clavicole fin troppo sporgenti, spigoli di ossa ovunque. Occhiaie troppo profonde, unghie che si spezzavano. Un 40 su quella bilancia e i tuoi occhi che urlavano: salvami. “Sei bellissima” e quella volta hai pianto. Ho raccolto il mio coraggio, ripetendomi che si poteva ancora fare qualcosa. Mi sono impegnato. Ho giurato a me stesso che non ti avrei mai sforzata. Ho preparato un piatto grande, ti ho detto ” questo è per noi due, mangiamo assieme”. E forse quel cibo condiviso ti sembrava più buono e hai mangiato un poco. 
“Stasera andiamo a mangiare la pizza?”
“Domattina ci prendiamo un gelato?”
“Mangiamo le patatine sulla spiaggia?” 
” Cuciniamo un dolce assieme?”
Sembravano stupidaggini, ma tu mangiavi di più. Sorridevi di più. Ti sei lasciata salvare. Non è stato facile, sono passati due anni e la bilancia ora segna 45. Ancora lotti, ancora c’è il pericolo di sfiorare quell’orrenda malattia. Anoressia. Ma io so che siamo più forti noi. Che alla fine quello di cui avevi bisogno era solo una persona che si prendeva cura di te, e ti amava nonostante tutto. E ho capito che certe guerre possono essere vinte, se le si combatte assieme.
le lacrime.. Scusate ma non so la fonte.. mettetela voi se la sapete.. (via hopauradiesseredimenticata)
ventiottobreduemilaundici

ventiottobreduemilaundici:

Perché non capite che dirmi “Non farti paranoie per il cibo perché sei già magra”, “Per dimagrire basta mangiare sano e fare sport”, “Smetti di vomitare” è come dire ad un malato di cancro “Smetti di avere il cancro”: un inutile spreco di fiato.
Solo perché è nella mia testa e non nella vostra non vuol dire che basti una frase priva di senso per farmi smettere.